L’eterno ritorno di Max e Walter, il duo d’affondo della sinistra italiana

Tra i democratici in difficoltà riaffiora l’antica certezza del binomio D’Alema-Veltroni, non proprio sinonimo di successo.

Il nuovo asse D’Alema Veltroni ha scosso il sempre agitato mondo democratico. Il Pd è in sofferenza da molti mesi. Uscito sconfitto nell’occasione più che favorevole delle elezioni regionali, il partito di Bersani si è accodato all’iniziativa finiana senza però proporre un proprio profilo ad un’opinione pubblica sempre più disillusa da Berlusconi. L’illusoria unità dell’ultima assemblea nazionale si è già dissolta, e il ruolo del segretario appare fortemente in discussione.

L’ETERNO RITORNO – D’Alema e Veltroni sono i punti di riferimento della sinistra italiana da quando Berlusconi ha riplasmato il sistema politico del nostro Paese. L’hardware – il partito, le cooperative, gli amministratori – fa riferimento da sempre al leader Maximo, mentre il software – giornalisti d’area, mondo Rai, cultura, i frutti dell’antica egemonia comunista – si appoggia per lo più al primo segretario del Pd.

La divisione tra i due dioscuri dell’ex Pci si è sempre basata sulla direzione da imprimere al corpo ammaccato ma ancora pulsante del partitone berlingueriano. Continuità nella tradizione secondo D’Alema, apertura nell’innovazione secondo il verbo veltroniano. Una differenza più apparente che reale, perché la riproduzione della classe dirigente a loro fedele è da sempre il primo, se non l’unico, punto dell’agenda dettata dai due ex segretari dei Democratici di Sinistra.

Da molti anni i due sono riusciti a tenersi fedeli quei mondi di riferimento che hanno concesso e concedono loro maggiore autorità rispetto al leader formalmente in carica, che si chiami Fassino nei Ds, oppure Franceschini e Bersani nel Pd. L’accordo, poi parzialmente smentito, raccontato da Repubblica si basa in buona sostanza su questo.

Limitare il potere del segretario e dei capogruppi di Camera e Senato, gli incarichi apicali del Pd, nella formazione delle liste bloccate imposte dal Porcellum. L’unica strategia delineata all’ultima Assemblea nazionale per contrastare Berlusconi, ovvero il cambiamento della legge elettorale, appare una chimera in vista delle elezioni anticipate che tutti reputano ormai prossime.

CONTRO BERSANID’Alema non appoggia più Bersani, o quantomeno ha smesso di credere che il segretario possa riprodurre meglio di se stesso l’infinita cordata che fa capo all’ex presidente del consiglio. Una replica di quanto già successe con Fassino alla guida dei Ds, uscito ammaccato dallo scandalo Unipol e poi dal deludente risultato dell’Unione, che da segretario del partito più grande della coalizione non trovò alcun incarico nel governo Prodi e fu poi sostanzialmente emarginato nella costruzione del Pd.

D’Alema ha fondato Red con Bersani ed è stato il suo più grande sponsor nelle primarie del 2009, ma da allora molti fatti hanno contribuito ad erodere il rapporto. Lo psicodramma pugliese ha scosso i due leader, usciti entrambi prima sconfitti e poi oscurati dall’ascesa meteorica di Vendola nell’opinione pubblica progressista. Bersani ha poi coltivato con eccessiva reticenza i rapporti con il nuovo Terzo Polo, perché ha preferito costruire una coalizione, il Nuovo Ulivo, che sarebbe (quasi) automaticamente guidata da lui, mentre in caso di accordo con Casini o addirittura Fini il segretario del Pd finirebbe emarginato come Fassino ai tempi dell’Unione.

L’ultimo leader diessino tornerà nell’amata Torino con l’agognata candidatura a sindaco, ultima tappa o improbabile rilancio del suo percorso politico. Veltroni muove all’attuale segretario piddino altre critiche, in primis aver abbandonato quella vocazione maggioritaria che manda in tensione le varie anime del partito, sempre pronte a strumentalizzare ogni questione per rivendicare spazi, sia di visibilità che poi di potere. La partita però rimane legata a questione pratiche, ovvero le liste che comporranno la nuova delegazione democratica al Parlamento, la base di potere per gestire poi il partito.

TROPPE CORRENTI PER POCHI POSTI – I sondaggi sono accolti con grande freddezza dagli attuali leader del partito. Il Pd sta andando oggettivamente male, visto che traccheggia su un deludente 25%. Valori molto lontani dal 33% del 2008, e numeri preoccupanti in vista della scomposizione del quadro politico nazionale.

All’epoca il semi bipartitismo veltronian-berlusconiano aveva drogato la delegazione parlamentare democratica, rimasta praticamente inalterata rispetto al 2006 nonostante la sconfitta. Da allora tutto è cambiato, il Pd ha perso consensi, e con l’attuale legge elettorale l’eventuale opposizione dovrà spartirsi la stessa torta, 275 seggi, con una pluralità di partiti tutti cresciuti rispetto alle ultime elezioni. Il Pd ottenne 211 mandati alla Camera, mentre ora, in’eventuale competizione a tre, una probabile sconfitta dei democratici porterebbe ad una drastica riduzione dei deputati piddini, con stime non molto lontane da un dimezzamento. Un tracollo che significherebbe immediata riapertura della fase congressuale, e chi nominerà la maggior parte del plotone parlamentare avrà le maggiori carte per conquistare la leadership futura.

Il problema vero sarà la composizione delle liste e l’assegnazione dei posti futuri. Scontato l’abbandono della pattuglia radicale, con forse un’eccezione per la Bonino, ci sarà sicuramente un’emorragia correntizia che prosciugherà un discreto numero dei clan democratici. Inserire il proprio parlamentare al secondo invece che al quarto posto nella lista bloccata diventa così determinante, e né D’Alema né Veltroni vogliono lasciare gestire questa partita al solo Bersani, accompagnato dai due capogruppi di Camera e Senato. Per capire il nervosismo esistente tra i democratici, basta pensare che Enrico Letta, alla guida di una famelica pattuglia di consulenti, ha definito criminale un’eventuale elezione anticipata a tre poli con l’attuale legge elettorale. La strategia di riduzione del danno passerebbe eventualmente per il pensionamento del porcellum, praticamente impossibile al momento, oppure per il prolungamento della legislatura, così da far maturare l’indennità vitalizia di molti futuri trombati.

SENZA STRATEGIA – Un nuovo governo coi finiani e con Casini appare però molto improbabile, anche perché le misure da intraprendere per ristabilire i conti pubblici sarebbero incredibilmente impopolari. In questo scenario lasciare Berlusconi ancora al governo per un po’ di mesi potrebbe provocare un’ulteriore perdita di consenso del premier. Un attendismo rischioso, che lascia inoltre moltissimi spazi alle forze che stanno crescendo alla sinistra del Pd, Vendola in primis. Il leader di Sel sfrutta con grande furbizia la crescente inquietudine del popolo piddino, e continua a rubare al Pd importanti fette di consenso.

L’atteggiamento remissivo di Bersani nei confronti del governatore della Puglia è un altro forte elemento di critica di D’Alema e Veltroni, che vorrebbero isolare il virus vendoliano invece che appaltargli la rappresentanza di una buona parte dell’elettorato democratico.
La finta proposta di Latorre, che ha invitato il leader pugliese ad entrare da socio fondatore di un nuovo Pd per comporre assieme le liste elettorali, è stata ovviamente rimandata al mittente, ma l’assenza di una strategia condivisa di risposta alla crisi berlusconiana è il vero buco nero nel quale sta precipitando il più grande partito d’opposizione.

Caso unico in Europa, e a suo modo un record.

Dario Ferri

Be the first to comment on "L’eterno ritorno di Max e Walter, il duo d’affondo della sinistra italiana"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*


Perché?

Protected by WP Anti Spam