Primarie, la via crucis del Pd

A pochi giorni dalla grande manifestazione nazionale contro il governo i problemi dei democratici nelle principali città italiane appaiono infiniti.

La polemica con Renzi e l’eventuale governo post Berlusconi non sono certo le uniche preoccupazioni di Pierluigi Bersani.
Il segretario del Pd, paragonato con una certa perfidia ad un lottatore di sumo dal Sole 24 Ore, si sta giocando gran parte della sua credibilità per le difficoltà del partito nelle più grandi città italiane. La fine del partito liquido dell’era veltroniana è stata più a parole che nei fatti, perché al di là del deludente dato del tesseramento, che segue il basso livello di consenso ottenuto dal Pd alle regionali, a livello locale i problemi tra i democratici si susseguono, e dopo il tonfo alle primarie milanesi altre gravi sconfitte incombono sulla testa di Bersani.

ROTTAMATORI MILANESI – A Milano il Pd non si è ancora ripreso dallo psicodramma delle primarie. Il partito si è un po’ ricompattato, e il comportamento amletico di Gabriele Albertini non aiuta le tentazioni terzo poliste che albergano in una parte minoritaria ma significativa del partito. Il sostegno quasi unanime a Giuliano Pisapia non è più in dubbio, anche se le finte dimissioni dei vertici locali hanno solo contribuito ad incancrenire tensioni che covano in realtà da molto tempo. L’eterna lotta all’interno della sinistra milanese, che conta troppe ambizioni per il ruolo marginale della metropoli meneghina nello scacchiere del progressismo nazionale, prosegue senza sosta. I nuovi conflitti nascono da una provocatoria proposta di una parte dei dirigenti di periferia, per lo più giovani, che vogliono introdurre primarie per la selezione dei prossimi parlamentari. Un’ulteriore richiesta è lo stop alla riconferma per i parlamentari che hanno fatto due legislature, ovvero la numerosa classe che è entrata in Parlamento per la prima volta nel 2006 grazie al ritorno del proporzionale. La voglia di primarie è stata subito condivisa dall’ex coordinatore nazionale della segreteria Bersani, Filippo Penati,che ha dato il via ad una lunga serie di adesioni di sindaci e amministratori locali. Da Roma però sono partite telefonate infuriate al segretario del Pd lombardo e a quello milanese per evitare di appoggiare un’idea, che se praticata, obbligherebbe al quasi totale cambiamento della delegazione parlamentare dei democratici. Lo statuto nazionale prevede il vincolo dei tre mandati, e all’interno della segreteria nazionale si considera quasi automatica, a seconda ovviamente della corrente di appartenza, la riconferma dei deputati e dei senatori le cui ultime due legislature sono state interrotte prematuramente. I vertici del Pd lombardo hanno sostanzialmente accantonato la proposta, ma la proposta del ricambio imposto via primarie continua a raccogliere consenso, andando oltre i confini di Milano.

SCISSIONE ROMANA – Se nella ex capitale morale il Pd conferma la sua fama di polveriera, nell’Urbe le cose non sembrano essersi attestate nonostante le buone chance di riprendersi il Campidoglio tra un paio d’anni. L’ex area rutelliana rimasta all’interno dei democratici ha rifiutato di partecipare al congresso che ha eletto nuovo segretario capitolino Marco Miccoli, storico dirigente dei Ds e molto vicino al presidente della Provincia Zingaretti. La possibile scissione romana è guidata da Riccardo Milana, prima consigliere, poi assessore con Rutelli in Campidoglio, deputato con la Margherita e ora senatore del Pd. In questi giorni il coordinatore della campagna elettorale della Bonino sta trattando con Gianfranco Fini un eventuale passaggio a Futuro e Libertà, anche se la sua possibile partenza preoccupa molto Bersani, con il quale Milana sta tenendo un contatto continuo. Con l’ex rutelliano potrebbero abbandonare il Pd un discreto numero di importanti componente del partito romano. Tra gli altri, il consigliere regionale Mario Mei, l’assessore provinciale Patrizia Prestipino, il consigliere provinciale Massimo Caprari, i consiglieri comunali Salvatore Vigna e Francesco Smedile. Smentisce per ora ogni ipotesi di abbandono solo l’omonimo Guido Milana, eurodeputato del Pd. Per il resto, i diretti interessati non nascondono il disagio a restare con Bersani. ”La situazione nel partito è pesante”, dice Smedile prima di snocciolare il lungo elenco dei dirigenti che vengono dalla storia ex Ds, incluso il neo-eletto segretario romano Marco Miccoli.”Non si può nascondere la testa sotto la sabbia. C’è un problema. Faccio parte della squadra di Zingaretti ma, come dirigente di partito, mi aspetto delle risposte dal segretario”, aggiunge Prestipino, compagna di Milana ma più cauta nel paventare un’ipotetica fuoriuscita dal Pd. Più diretta Antonella De Giusti, presidente del XVII municipio: ”Bersani ci dia un segnale. Se non lo fa, forse questo non è più il mio partito”

A TORINO NO A FASSINO – Dopo il flop delle primarie di Milano ci sono altre città che inquietano Bersani. Se non ci saranno le politiche anticipate, nella primavera dell’anno prossimo ci sarà un’importante tornata amministrativa dove il Pd dovrà confermare le principali città italiane amministrate dal centrosinistra. La situazione di maggior conflitto tra livello nazionale e locale sta avvenendo a Torino, dove l’imposizione della candidatura di Fassino da parte dei vertici romani ha scatenato una vera e propria ribellione. Nove dei dieci segretari dei circoli della città sabauda hanno lamentato le ingerenze del livello nazionale, ansioso di trovare un accordo con un leader con un discreto seguito come l’ultimo segretario dei Ds. Piero Fassino si è presentato nella sede del Pd torinese per capire gli effetti della sua possibile candidatura a sindaco tra i segretari dei circoli Democratici. Gli stessi che, pochi giorni dopo il “no” del rettore Profumo e l’arrivo sulla scena dell’ultimo segretario dei Ds, hanno inviato una lettera critica alla numero uno provinciale, Paola Bragantini, sulle ingerenze romane e sul cambio generazionale.L’ex ministro ha ribadito che è pronto a mettere al servizio del Pd e del centrosinistra la sua esperienza, che è deciso a favorire il ricambio della classe dirigente, lasciando spazio ai giovani che ci sono, ma ribadendo che il suo nome deve unire il più possibile il partito. Insomma, il Pd non si può presentare alle primarie con un ventaglio amplio di candidati, al massimo con due nomi, altrimenti la disponibilità dell’ultimo segretario dei Ds non sarebbe utile. Lo scopo dell’operazione è che Fassino sia il candidato, non un candidato in più.La reazione dei coordinatori, però, è tiepida alle parole dell’ex ministro, perché nella base dei democratici è forte la spinta verso una candidatura nata all’interno dell’attuale giunta comunale. A Torino il centrosinistra viaggia su percentuali molto positive, ben sopra il 50%, e amministratori e dirigenti locali sosterrebbero con maggiore convinzione una candidatura territoriale rispetto a quella di Fassino, politico stimato ma che nel 2007 si iscrisse ai Ds di Roma, a conferma di una lunga lontananza dalla sua città d’origine. Ambiguo è il comportamento di Sergio Chiamparino, in teoria sponsor di Fassino ma più con il pensiero rivolto agli equilibri nazionali che a quelli torinesi. Il sindaco, ormai prossima alla scadenza di mandato, vorrebbe inserirsi nella contesa per la candidatura a presidente del consiglio, e in quest’ottica l’appoggio di Fassino sarebbe essenziale per le sue residue chance.

SPACCATURA SOTTO IL VESUVIO – Torino a parte, i veri crucci di Bersani per le prossime amministrative sono Napoli e Bologna, dove sono previste difficili primarie dove il flop democratico milanese potrebbe essere facilmente replicato. Nella città partenopea, dove le consultazioni per scegliere il candidato sindaco sono previste per fine gennaio, il Partito democratico dovrebbe presentare addirittura tre pretendenti alla carica di primo cittadino, l’ex sottosegretario agli esteri del governo D’Alema, Umberto Ranieri, spinto dai vertici nazionali, l’assessore alla culturale del comune di Napoli, Nicola Oddati ed infine, ultimo arrivato, l’europarlamentare Andrea Cozzolino, ultimo arrivato e il secondo bassoliniano della partita insieme a Oddati. L’ex sindaco e governatore campano ha definito queste primarie solo come interne al partito democratico e poco di sinistra, organizzate male, con fretta eccessiva, in quanto il voto amministrativo è previsto per il mese di maggio, ed il 14 dicembre potrebbe anche esserci la sfiducia al governo Berlusconi con susseguenti elezioni anticipate e con probabili scenari nuovi, fino ad ora inimmaginabili, oltre che con scarsa attenzione alle dinamiche cittadine. Dopo aver perso le ultime elezioni regionali e provinciali, il centro sinistra non può permettersi il lusso di perdere anche il governo della capitale del mezzogiorno d’Italia, ammesso che si voglia vincere, conclude Bassolino. Quest’ ultimo passaggio, per amore della verità, ha il sapore di una bocciatura del presunto nuovo corso di un partito, sempre più terra di nessuno. Di fronte a queste accuse, non potevano non mancare le dichiarazioni dei tre aspiranti sindaci del Partito democratico, in primis, Umberto Ranieri ha dichiarato: «Le primarie non sono una resa dei conti interna al partito e per quanto mi riguarda continuo a girare per i quartieri di Napoli, ascolto i problemi dei cittadini, provo a indicare soluzioni». Nel frattempo Sinistra Ecologia e Libertà è vicina all’accordo con il magistrato Libero Mancuso, il quale, vista la sua popolarità a Napoli e le divisioni del Pd, potrebbe ritentare il colpaccio già riuscito a Pisapia a Milano.

LE ULTIME PRIMARIE? – A Bologna Bersani rischia invece la sua figura più brutta. Dirigente storico del partito emiliano, il cui potere è stato sempre simboleggiato dall’amministrazione della città delle due Torri, il leader del Pd rischia una tragica caduta di credibilità se perfino nella sua roccaforte bolognese il partito perderà la candidatura a sindaco. I presupposti ci sono tutti, vista anche la nuvoletta di sfortuna che accompagna il Pd e il centrosinistra in una delle sue capitali. Si è partiti dalla mancata ricandidatura di Cofferati, richiesta dalla base cittadina, per arrivare al commissariamento seguito alle dimissioni del sindaco Del Bono, travolto da uno scandalo a pochi mesi dalla sua vittoria del giugno 2009. Dopo il lungo commissariamento il Pd si era riunito nella figura di Maurizio Cevenini, recordman di preferenze e figura popolarissima in città, anche se non amatissima dai vertici del partito. Il Cev si è però ritirato dopo un serio malore, e il Pd bolognese dopo alcune settimane difficili si è unito attorno a Virginio Merola, presidente del consiglio provinciale. Se Cevenini era popolarissimo Merola è indubbiamente più debole, e sta subendo una fronda dai circoli prodiani, molto vicini alla candidatura di Sinistra Ecologia e Libertà. Il partito di Vendola appoggia la corsa di Amelia Frascaroli, storica esponente dell’associazionismo cattolico nella città delle due Torri, e in passato candidatasi alle primarie del Pd con la lista di Rosy Bindi. Ulteriore candidatura civica è quella di Benedetto Zacchiroli, e lo stesso Cevenini, rientrato come coordinatore della campagna di Merola, ha consigliato all’esponente del Pd un profilo meno legato al partito. Una sconfitta del candidato democratico indebolirebbe moltissimo l’autorevolezza già ammaccata di Bersani, che probabilmente pensionerebbe volentieri le primarie per scegliere i candidati sindaci. Da Firenze alla sua Bologna, il Pd ha subito solo convulsioni e psicodrammi dall’utilizzo di questo strumento, e se il leader dei democratici potesse, nel 2011 già non ci sarebbero più le primarie.

Dario Ferri

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