Un federalista un po’ così

Luca Antonini, il presidente della Copaff (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale), parla di federalismo fiscale, mettendo insieme i divari di spesa per le foreste con il mancato utilizzo dei Fonti per lo sviluppo. Facendo un po’ di confusione.
Il Prof. Antonini, in una recente analisi, inizi confrontando la spesa annua per un ettaro di foresta nelle diverse regioni italiane, mostrando un quadro a dir poco diversificato.

Mentre in Sicilia – sostiene Antonini – si spendono 1.455 euro, in Calabria 597 euro e 410 in Campania, nel Veneto ne bastano appena 65.
Per carità, dice Antonini, i problemi possono essere differenti da regione a regione, ma sta di fatto che in Sicilia Calabria e Campania si trovano il 14,5% delle foreste italiane, mentre viene generata una spesa pari al 75,5% del totale nazionale.
Per Antonini, i “meriti” del federalismo fiscale risiederebbero nell’aver “scoperchiato” come mai era accaduto prima la pentola di sprechi e follie che attraversano il nostro Paese. Ma il presidente della Copaff ha davvero ragione?

LA SPESA REGIONALIZZATA – Su una cosa Antoni ha ragione: una base dati che consenta la confrontabilità dei flussi di entrata e di spesa della Pubblica amministrazione – o meglio ancora, del Settore Pubblico Allargato, ricomprendendovi quindi anche le società di diritto privato controllate dal pubblico – è uno strumento fondamentale di politica economica e finanziaria.

Ma essa è solo in parte legata al “federalismo”.

Anche in un sistema centralizzato, infatti, è evidente che sapere quanto costa nelle diverse parti del Paese mantenere un ettaro di foresta, o costruire un km di strada, o somministrare una prestazione sanitaria è un’informazione fondamentale per orientare le scelte di politica. Federalismo o non federalismo. Ma di base dati del genere un po’ ve ne sono.

Girovagando nel web, ad esempio, scoviamo la banca dati della Ragioneria generale dello Stato sulla spesa pubblica.
Nel sito del Dipartimento Politiche per lo Sviluppo del Ministero dello Sviluppo Economico si trova la banca dati Conti Pubblici Territoriali. Il problema, semmai, è che restituiscono numeri diversi e spesso contraddittori. E su questo versante, è lo stesso Antonini ad ammetterlo, neppure il lavoro della Copaff ha fatto fare passi da gigante. Insomma, per una conoscenza reale della spesa regionalizzata siamo ancora lontani. E comunque, la base dati è un presupposto, non una finalità, del federalismo.

I CRITERI DI CLASSIFICAZIONE – Se poi andiamo nel merito delle cifre, occorrerebbe capire bene – Antonini non lo spiega – quale metodo si è seguito. Quel che è certo, però, è che per alcune funzioni la spesa di alcune regioni è effettivamente anomala rispetto a quella di altre. Il mistero può avere molte cause. La prima è di tipo contabile. Perché in realtà i bilanci delle diverse Pubbliche amministrazioni non sono armonizzati, e quando lo sono questo accade per funzioni di spesa e non per settore tipologia d’intervento.

In altri termini, è possibile distinguere tra trasferimenti alle famiglie, acquisto di beni e servizi o spesa di personale, ma è molto meno facile avere una classificazione delle spese per settore d’intervento. I rischi di diversi criteri di classificazione, che rendano poco confrontabile un’elaborazione del tipo di quella citata dal Prof. Antonini, è alto. Ma lasciamo perdere questi aspetti tecnici, che probabilmente annoiano i non addetti ai lavori, e concentriamoci sul cuore del ragionamento, prendendo per buone le cifre di Antonini.

UNA SPIEGAZIONE SUPERFICIALE – Ammettiamo allora che la spesa per la manutenzione delle foreste costi effettivamente in modo infinitamente maggiore in Sicilia (che tra l’altro è pure una Regione a Statuto Speciale), Calabria e Campania rispetto al Veneto. Bisogna aggiungere subito che la spesa per la manutenzione in foreste è in gran parte spesa per il personale. Una parte della spiegazione risiede quindi nel fatto che le persone pagate per svolgere la manutenzione delle foreste sono molte di più in Sicilia e in Calabria che in Veneto.

La scoperta dell’acqua calda: lo sanno tutti che nelle regioni del mezzogiorno, molto di più che in quelle del Nord, l’impiego pubblico è a volte una sorta di sussidio di disoccupazione mascherato, perché altrimenti molta gente non avrebbe, semplicemente, possibilità d’impiego. Insomma, che esistano sacche di spreco, con buona pace del presidente della Copaff, era noto anche prima del suo “lavoro”. Ma bisogna anche ricordare che, oltre alla spiegazione “clientelare“, l’aver gonfiato alcuni settori della pubblica amministrazione del Sud è stata anche frutto del fatto che in quelle regioni l’alternativa all’impiego pubblico era la disoccupazione. La soluzione implicita scoperchiata dal federalismo qual’è? Licenziare i lavoratori forestali in esubero?

AL SUD SERVE LO SVILUPPO – Ecco allora che la “scoperta” della differenza nelle spese regionali mostra la vera natura dell’albero storto del federalismo. Che non è solo figlia di un nord virtuoso e di un sud sprecone (regola che tra l’altro, come si è scritto in altre occasioni qui su Giornalettismo, presenta numerose eccezioni) ma soprattutto di una drammatica divaricazione dei sistemi economici e del sentiero di sviluppo di alcune regioni rispetto ad altre. La cui soluzione, ad occhio e croce non è (solo) nel federalismo fiscale. Licenziare i forestali in Sicilia e in Calabria, probabilmente in soprannumero, renderebbe più uniforme la spesa per la manutenzione delle foreste. Ma crerebbe ulteriri disparità nel sentiero di crescita. Insomma, senza scomodare grandi economisti e ragionamenti sottili, al Sud più che il federalismo servirebbe lo sviluppo economico. Ecco il vero “albero storto” di tutti i ragionamenti che si fanno sulla materia.

IL MANCATO UTILIZZO DEI FAS – La risposta ai divari interregionali sta quindi anche in una serie di interventi “a monte”. Una spietata lotta alla criminalità organizzata, ad esempio. Ma probabilmente anche nei necessari investimenti pubblici – in infrastrutture, ma non solo – in quelle aree disastrate del Paese. E qui veniamo alla seconda parte del ragionamento del Prof. Antonini. Che, come dice lui, è la “perequazione infrastrutturale diretta a sbloccare i fondi Fas sinora decisamente sottoutilizzati”. Intanto, qualcuno dovrebbe spiegare il significato dell’espressione “perequazione infrastrutturale”. Ma a parte questo, se parliamo di Fas, qui su Giornalettismo è un tema che ben conosciamo. Il Prof. Antonini dice che su 44 miliardi ne sono stati spesi appena 3,6 in tre anni. Bisognerebbe aggiungere qualche postilla. Un primo punto da ricordare è che il FAS, originariamente destinato proprio agli interventi di sviluppo economico, in gran parte (85%) per il mezzogiorno, è stato usato dal governo come un bancomat per qualsiasi cosa: ammortizzatori sociali, l’emergenza Abruzzo e chi più ne ha più ne metta. Spostando la destinazione territoriale delle risorse da sud verso nord. L’incertezza sulle risorse disponibili non è il modo migliore per consentire una sana programmazione degli interventi. Ma fosse solo questo: come abbiamo documentato sempre su Giornalettismo, il blocco dei Fas è frutto – più che di ritardi delle burocrazie regionali – di una strisciante “melina” tecnica del governo nazionale che, siccome non ha i soldi, ha lasciato per mesi e mesi a bagnomaria i programmi FAS di tutte le regioni (mezzogiorno incluso) in attesa di approvazione, bloccando quindi l’utilizzo di quelle risorse.

GRANDI OPERE O PICCOLI INTERVENTI? – Il prof. Antonini sostiene infine che i ritardi sono dovuti anche ad un altro vizio delle regioni (implicitamente, soprattutto quelle del Sud): quello di spalmare le risorse su una miriade di microprogetti, per finalità clientelari. E che invece sarebbe meglio concentrare gli interventi in “grandi opere”. Ora, a parte che questo significa, di fatto, sostenere che è meglio non distribuire i fondi alle regioni ma trattenerli a livello nazionale per fare grandi opere strategiche – e questo non sembra molto coerente con il federalismo, posto che “senza talleri non si tallera” – la tesi di una maggiore efficienza e rapidità di spesa attraverso una concentrazione delle risorse su pochi grandi interventi è una tesi discutibile. Molti sostengono – e l’esperienza insegna – che attuare grandi opere in Italia significa impiegare molto tempo. Molto di più di quello che servirebbe per fare piccole opere. Che peraltro probabilmente potrebbero essere anche più utili, come ad esempio interventi di manutenzione ordinaria delle strade, o del territorio martoriato. Ma questo è un altro paio di maniche…

IL FEDERALISTA…DISTRATTO – Che esista un problema di efficienza della spesa nella Pubblica Amministrazione è un fatto vero. Che il federalismo può contribuire ad aumentare l’accountability dei governi locali e regionali è un fatto vero. Che esistono margini di riduzione degli sprechi è un fatto vero. Ma legare insieme, con una buona dose di demagogia e di superficialità, questi aspetti per costruire tesi azzardate è un’altra cosa. Se si pensa davvero che il problema del divario Nord-Sud si risolverà semplicemente applicando il federalismo, significa che non si è capito molto dei problemi che affliggono questo Paese. D’altronde, sul tema si leggono tante di quelle stupidaggini su giornali e riviste, che una più una meno non fa danni. E poi, ormai, ci penseranno quegli sciagurati che siedono in parlamento a staccare la spina del federalismo. Perché, anche ammesso che si riesca – e non è scontato – portare in porto il decreti legislativi prima della fine prematura delle legislatura, non è che si sarà fatto molto.

Come abbiamo scritto qui, quei decreti sono fuffa: carta che produce altra carta, buoni per una prossima campagna elettorale, ma certo non per dare gambe al federalismo. Se ne riparlerà, probabilmente, tra qualche anno. Questo ci piacerebbe vedere scritto da chi dice di credere nel federalismo.

Carlo Cipiciani (Comicomix)

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