Il grande inganno dell’arresto di Iovine


Hanno arrestato il capo dei Casalesi e siamo tutti contenti. Dobbiamo, perché siamo contro la camorra. E siamo contro la camorra perché la camorra uccide, distrugge i mercati, la libera concorrenza, la libertà, d’impresa e di espressione. Non è una bella cosa la camorra. E’ un problema drammatico.

E proprio perché si tratta di un problema drammatico bisogna stare bene attenti a non cedere nella tentazione di enfatizzare i fatti che la interessano, belli o brutti che siano, vittorie e sconfitte dello Stato, e a non commettere l’errore di spiegare alla gente quel fenomeno grave in una dimensione diversa da quella che realmente è. Grazie al lavoro di magistrati e forze dell’ordine integerrime Antonio Iovine è in manette. Bastassero quelle manette potremmo strappare bottiglie di champagne.
Le mafie in Italia fatturano oltre 100 miliardi l’anno. Per il vicepresidente della Commissione Antimafia Fabio Granata sono 120, per Roberto Saviano oscillano tra i 120 e i 140. Il governo, rivendicando i suoi successi, quelli dell’”antimafia dei fatti”, nella persona del ministro degli Interni Roberto Maroni dice di aver sequestrato in due anni alla grande criminalità organizzata beni per 18 miliardi. C’è una valanga di soldi che gira. Denaro proveniente da traffico di droga ed estorsioni ed ogni tipo di traffico illecito che poi, immesso nel circuito dell’economia pulita diventa azienda, commercio, immobile immacolato, apparentemente estraneo ad ogni fatto criminoso. Una valanga di soldi capace di dar vita a sensazionali campagne elettorali, di creare consenso, di attrarre politici e amministratori. Forse di sceglierli, ancor prima che diventino eletti.

Ridurre la camorra al muro contro muro, al duello stato-antistato, forze dell’ordine-camorrista, è pericoloso.

Raccontare che la si combatte solo catturando il superlatitante, il superboss, e tutti i presenti nell’elenco del ministero, è un inganno. “Mancano solo due all’appello”, dice entusiasta Maroni.

Ma oltre 100 miliardi di euro, 5 punti del nostro prodotto interno lordo, non li gestisce un uomo o una ristretta cerchia di uomini costretti a fuggire come topi di tana in tana. A sguazzare in quel fiume di denaro oltre ai camorristi ci sono commercialisti, avvocati, imprenditori, finanzieri, banchieri, faccendieri.

Vogliamo illuderci che l’equazione “cattura di tutti i superlatitanti uguale sradicamento mafie” sia valida? Vogliamo illuderci che i superlatitanti non mettano nel conto la loro cattura e che non stabiliscano, prima ancora di finire in manette, quali debbano essere le nuove gerarchie e i nuovi ruoli all’interno del clan all’indomani del loro arresto? Vogliamo illuderci che, braccati dalle forze dell’ordine, non abbiano delegato alle seconde linee le attività più importanti? Vogliamo continuare a meravigliarci se i compaesani del camorrista non rispondono alle domande dei giornalisti e a considerarli come dei veri e propri fiancheggiatori?

Stiamo semplicemente continuando a farci del male dando una spiegazione semplice ad un fenomeno molto complesso.
Stiamo accontentando le masse. Offriamo l’indignazione per il casalese (abitante di Casal di Principe) che ha timore di esporsi ai microfoni di una tv, l’esultanza per la cattura di Iovine, la suspance per la cattura degli ultimi due super-ricercati. Ma, una volta ammanettati Messina Denaro e Zagaria, come giustificheremo gli oltre 100 miliardi di fatturato?

Donato De Sena

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