Irpinia, cronaca di un disastro italiano!

Domenica 23 novembre 1980. Redazione romana del Corriere della Sera in piazza Montecitorio. Un pomeriggio pigro con noi redattori di turno a sbirciare dalle finestre lo shopping festivo di via del Corso. L’istante sarà fissato alle 19 e 32. Il caporedattore Roberto Martinelli, straordinario cronista giudiziario, fissa nella sua stanza il lampadario di pessimo gusto che ha preso a dondolare come un pendolo fuori controllo. “Il terremoto”, grida e prima ancora che le agenzie comincino a battere la notizia mi spinge fisicamente fuori dalla porta: “Che cazzo stai a fare trovati una macchina e parti”. Per dove lo saprò qualche minuto dopo quando con gli occhi fissi sulla telescrivente dell’Ansa appare il primo flash sulla “forte scossa di terremoto con epicentro al confine tra Campania e Basilicata”. Dubito che per il Corriere mandarmi in avanscoperta nelle zone della catastrofe irpina sia stata la scelta giusta potendo contare su un esercito di grandi inviati (che infatti dal giorno dopo sarebbero stati schierati sul campo, onusti di gloria, come la guardia di Napoleone ad Austerlitz). Ma so perfettamente che è toccato a me perché il caso ha voluto che quella domenica fossi lì ad annoiarmi in redazione e perché sono saltato subito sulla “mia” di macchina divorato da una fame che ti prende alla gola (quel misto di ambizione, presunzione, vanità, incoscienza, libidine chiamata giornalismo) senza neppure uno spazzolino. Inseguito dai latrati di un capo come non ne ho mai più conosciuti.

Con a bordo altri tre colleghi, felici e disperati, arriviamo ad Avellino che è notte. La prefettura è un accampamento. I cellulari sono di là da venire e impossessarsi di un telefono di bachelite, anche a costo di fare a botte, è più importante di ciò che detti ai dimafonisti di Milano, straordinari correttori di periodi strampalati. Ripartiamo all’alba e riusciamo a inerpicarci fino a Senerchia, uno dei tanti presepi che sul crinale dell’Appennino giacciono accartocciati come sotto l’urto di una tempesta atomica. Soccorsi zero. Solo un silenzio tombale rotto dalle grida dei sepolti vivi e dai lamenti di chi piange i morti. Poi, dappertutto, quell’odore dolciastro. Un frastuono di pale e di vento: a valle, sul campo sportivo sta per atterrare l’elicottero di Sandro Pertini. Il vasto e solenne seguito presidenziale sale per il corso del paese. Chi è ancora vivo sta aspettando medici, infermieri e vigili del fuoco per tirare fuori la gente da sotto le macerie. Vede invece sfilare scorte e alamari. Volano insulti. Un sasso sfiora la testa di un dignitario. Il Presidente che è lì per portare una parola di conforto, per testimoniare la presenza dello Stato vede che le cose si mettono male. Il corteo fa dietrofront e quasi di corsa raggiunge l’elicottero che si alza in volo verso le più sicure retrovie. Queste le mie prime ore del terremoto dell’Irpinia. Un racconto che proseguirà per settimane tra le rovine, per poi trasferirsi a Roma dove per anni non si placherà la polemica sull’uso truffaldino e spesso dissennato delle enormi risorse stanziate per la ricostruzione.

La tragica giornata di Senerchia ebbe tuttavia un’appendice sgradevole. L’indomani, infatti, le cronache di noi inviati sul posto registrarono fedelmente l’accaduto. “Fischiato Pertini”, titolò il Corriere della Sera senza girarci intorno. La sera stessa, discorso a reti unificate del capo dello Stato che si rivolge a un paese sconvolto dal numero enorme di morti e feriti e dalla mostruosa inefficienza della macchina dei soccorsi. Pertini agita la pipa furibondo: “Hanno scritto, nevvero, che le bravi genti irpine mi hanno fischiato. È falso perché mi hanno invece accolto con tanti applausi e tutto il loro calore”. L’appello televisivo ebbe ascolti altissimi e della contestazione al Presidente Buono nessuno osò più parlare. Anche sul Corriere non se ne fece più cenno.

Potrà sembrare ingeneroso e forse anche assurdo che con la classe politica che ci ritroviamo io abbia tirato fuori dal cassetto un ricordo così poco encomiastico di un Presidente di cui gli Italiani sentono acuta e incolmabile la nostalgia. Alla luce soprattutto di certe indecenti passerelle tra le macerie de L’Aquila. Pertini merita certamente di riposare nel Pantheon degli eroi per le sue vastissime benemerenze. Coraggioso. Onesto. Autorevole. Simpatico. Popolarissimo. Ma Buono Pertini proprio non lo è stato. Soprattutto con i giornalisti irriverenti.

Antonio Padellaro

p.s. Io c’ero.
Rocco Cipriano

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