23 Novembre 1980 – Trema!


Un bambino tende ad interpretare ed a vedere le cose da una prospettiva speciale.

Una prospettiva che poi crescendo, e abbandonando l’ingenuità e la spensieratezza di quegli anni purtroppo si dissolve per lasciare spazio alle brutture che la realtà riserva.

Ricordo ancora la sera del 23 Novembre 1980, avevo 4 anni, ne avrei compiuto 5 il 30 del mese.
Quella sera, mio papà si apprestava a guardare i goal del grande Avellino Calcio in televisione, (aveva rifilato 4 goal all’Ascoli), la mia mamma era intenta a preparare la cena, il mio piccolo fratellino Massimo, era nella sua culla a giocare con il suo ninnolo ed il Nonno Rocco ed io, davanti al camino acceso, immersi nelle nostre infinite partite di “Ass accuogli tutt” (Asso piglia tutto).
La cucina in cui eravamo tutti raccolti, era avvolta dal calore e dalla serenità familiare.

Tutt’ad un tratto sentimmo un forte tonfo provenire dal camino, le fiamme dei ceppi a stento riuscivano a restare accese, sembravano risucchiate da una strana forza, come una aggressiva mano invisibile che voleva portarsele su per la canna fumaria.
Mio papà osservando il lampadario che si muoveva, con voce forte e decisa inizio a lanciare l’allarme “Trema! Trema! Assim for”. Afferrato il mio fratellino e la mia mamma si lanciò fuori dalla casa, fortunatamente abitando a pian terreno, guadagnare l’uscita fu agevole.
In un momento così angosciante, ricordo l’incredibile reazione di mio nonno.

Mi prese per mano e prima di uscire… pronunciando queste parole “Snò sai che bullet c n’arriva!?!?” (Altrimenti sai che bolleta ci arriva !?!?), andammo a spegnere la televisione.
Appena fummo fuori, al sicuro, in uno spiazzo dietro casa, ricordo che il nonno mi disse di tener bene in mente quei momenti, di ricordarmi la forza con cui la natura apriva voragini, spezzava gli alberi e faceva vibrare le case.

“Nui nun zimm nient ricordt semb!” (Noi non siamo niente ricordalo sempre!)

Quella notte, sotto ad una luna luminosissima, come tanti altri sfollati, non rientrammo a casa e non lo facemmo nemmeno nei giorni a seguire.
I vari nuclei familiari, condivisero le baracche edificate dopo il terremoto del 1962. Nella nostra eravamo più di 20, eravamo stretti, stretti, dormivamo anche in 4 per letto, ma si respirava un’aria ricca di sincera solidarietà.

Tanti i momenti di goliardia tra i grandi, per esempio ricordo zio Giovanni che la sera quando tutti erano nel letto, lui compreso, chiedeva se poteva spegnere la luce e con un “telecomando” improvvisato da un bastone di legno dava una bastonata all’interruttore posto ad un metro e mezzo dal letto, e chiudeva così un’altra lunga giornata da terremotati.
Oppure quando una notte sentendo dei rumori sotto alle brande alcune zie iniziarono ad urlare “Li surc, li surc!!!” (I topi, i topi!!!). Allora zio Giovanni servendosi sempre del suo “telecomando” accese la luce, così tutti si diedero da fare per acchiappare questi topi e si accorsero invece che sotto ai letti non erano topi a camminare ma mio fratello Massimo.

UNA VITA TRA I TERREMOTI

Mio nonno ai terremoti ci era abituato, era nato nel 1905 quindi a parte le due guerre, aveva vissuto quello del 1930, un sisma devastante che colpì una regione allora estremamente arretrata.
Nei suoi racconti denunciava sempre il fatto che allora le case erano sovraffollate, non erano antisismiche, prive di ogni sicurezza, fatte spesso di pietra, calce e tetti in legno.

Nel 1962 Vallesaccarda ed i comuni dell’Irpinia in particolare Ariano irpino e Melito irpino, furono sconvolti da un terremoto con un’ intensità del IX grado della scala Mercalli.
Venne definito “terremoto signore”, perché provocò danni alle sole cose senza provocare morti e feriti.
Ed a seguito di questo terremoto, Fiorentino Sullo, all’epoca Ministro dei Lavori Pubblici, si batté affinché fosse approvata la legge speciale per il terremoto, la n.1431.

Questa legge poneva, finalmente, precise norme a favore del risanamento di tutta la struttura abitativa esistente adeguandola non solo contro il terremoto, ma proporzionalmente alle esigenze delle varie singole famiglie.

Ed infine il terremoto del 1980, l’ultimo da un punto di vista della intensità disastrosa, grazie alla legge del 1962, non colpì tanto il Comune di Vallesaccarda, in quanto le case erano quasi tutte costruite con il sistema antisismico, ma rase al suolo trasformandoli in spettrali crateri, interi paesi come Lioni, Conza, Sant’Angelo dei Lombardi.
Quella scossa di magnitudo 6,9 della scala Richter, quei 90 secondi di terrore e devastazione, si portarono via oltre 3000 Vite e migliaia furono i feriti.

In questi giorni i miei pensieri corrono spesso a l’Aquila, a chi ha perso tutto, a chi è stato annichilito da una gestione dell’emergenza terremoto così approssimativa.

Ad una città che non ha più un centro storico, alle famiglie che seppur sopravvivendo al terremoto, oggi vedono annientata e frantumata la socialità, questa mia testimonianza affinché non si ripetano mai più scempi come quello di Calabritto.

Rocco Cipriano

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