Esclusivo! Il piano segreto di Marchionne per sganciare la FIAT dall’Italia


A Torino gli ultimi operai della Fiat l’hanno soprannominato “lo Svizzero” (non solo per la residenza, ma anche per le stock options che in quel Paese sono tassate una miseria), mentre a Detroit e a Washington per tutti è “il canadese”.

È questa forse la definizione più esatta per Sergio Marchionne, il manager che a 14 anni fu portato dal padre carabiniere a vivere in Ontario dove si è laureato in legge e ha lavorato prima di tornare in Svizzera e poi in Italia nel 2004 con alti incarichi.

La sua formazione è avvenuta nel Paese dei laghi ghiacciati dove si gioca l’hockey (la prima partita si tenne ad Halifax nel 1853) usando un lungo bastone e una protezione sulle spalle per difendersi dalle botte degli avversari. Forse quel pullover sgualcito che si porta addosso non è un vezzo da esibizionista, ma è il ricordo della felpa che i giocatori canadesi di hockey indossano giorno e notte per amore dello sport.

E Marchionne ha dimostrato di saper usare con sicurezza il lungo bastone e di pattinare sul ghiaccio con grande abilità. L’ultima esibizione l’ha fatta davanti al povero (si fa per dire) Fabio Fazio domenica scorsa. Ormai è chiaro che quella performance è stata fortemente voluta dal figlio del carabiniere Concezio, una sorta di lezione di capitalismo estremo rivolta a un pubblico più vasto della solita cerchia di analisti finanziari.

Adesso a Torino e nei palazzi della politica si chiedono quali saranno le mosse successive di quest’uomo che secondo Epifani avrebbe dovuto essere licenziato. Per saperne di più si dovrà aspettare il 4 novembre quando l’amministratore della Fiat incontrerà il ministro dell’Opus Dei, Paolo Romani, nel ministero di via Veneto. Il quotidiano francese “Les Echos” scrive oggi che in quell’occasione dovrà spiegare all’esile ministro il senso delle sue critiche all’Italia e le future strategie.

C’è da credere che il Canadese non dirà molto di più di quanto ha già detto da un anno a questa parte. Se si torna indietro, già il 22 dicembre dell’anno scorso in un incontro a Palazzo Chigi con le istituzioni e i sindacati, il piano Marpionne fu illustrato in ogni dettaglio dentro 42 pagine zeppe di grafici da stordire le menti deboli di Bonanni e Angeletti.

L’unica frase che mancava era quella pronunciata domenica scorsa nel salotto di Fazio: “la Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia”; parole che agli occhi dei torinesi e degli ultimi operai della Fiat che conservano il ricordo della loro città come protagonista del Risorgimento e dell’Unità italiana, grondano sangue.

Forse bisognerà aspettare l’11 dicembre quando a New York (la notizia è inedita) il manager dai tre passaporti incontrerà Mario Draghi ed Emma Marcegaglia in occasione di un vertice tra i big italiani e americani che fanno parte dell’Associazione Italia-Usa.
Di questa associazione che si riunisce due volte all’anno a Venezia e nella Grande Mela, Marchionne è presidente per la parte italiana, mentre gli americani sono rappresentati da Joe Palmisano, il capo della multinazionale IBM.
Nell’incontro a porte chiuse il canadese potrebbe spiegare meglio gli obiettivi dei prossimi anni e ripetere ciò che ha detto in un altro summit segreto che si è svolto a luglio a Torino con la Sacra Famiglia degli Agnelli.

Il caldo era afoso in quel mese, ma secondo quanto risulta dalle indiscrezioni trapelate, il clima nel vertice piemontese pare che sia diventato torrido. Davanti a Yaki Elkann e ai due grandi vecchi, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, sembra che Marchionne abbia tracciato con determinazione il percorso che Fiat e Chrysler dovranno fare nei prossimi tre anni.

Per il manager dal pullover sgualcito che non fa mistero di detestare la città dei Giandujotti e dei Savoia, il modello da perseguire è quello di una multinazionale che a costo di sacrifici dolorosi sposta il suo baricentro negli Stati Uniti, e con la logica tipica delle multinazionali di tutto il mondo taglia i rami secchi nei paesi dove la redditività e la competitività camminano per strade diverse.

A quanto risulta queste cose Marpionne le ha dette davanti ai suoi interlocutori anticipando quelle parole sullo “zoo” nostrano che ha scaraventato l’Italia in fondo a tutte le classifiche internazionali, e che è diventato il Paese di bunga-bunga.
Davanti a Yaki, Gabetti e Franzo Grande Stevens a luglio ha tirato fuori i dati positivi di Chrysler anticipando che le vendite a settembre sarebbero salite e che l’amico Obama avrebbe potuto aggiungere altri aiuti ai 5,7 miliardi già concessi.

E così è stato, perché a settembre il ferrovecchio di Detroit ha aumentato le vendite del 61% rispetto all’anno precedente, mentre non più tardi di ieri è arrivata la notizia (pubblicata dal quotidiano “MF”) che Chrysler potrà ottenere con tassi da strozzino compresi tra il 7,2 e il 14,3% altri prestiti governativi per il suo rilancio.

Non esiste un verbale del conclave torinese di luglio, ma si possono immaginare le reazioni preoccupate e sbalordite di Gabetti e Stevens, eredi morali di quell’Avvocato che si è sempre rifiutato nella sua vita di considerare l’Italia un ramo secco da tagliare. Chi descrive il clima turbolento di quella riunione torinese racconta di uno Yaki imbarazzato e silenzioso.

Non è un mistero che questo giovane 34enne si sente schiacciato tra due culture: quella che ha segnato una stirpe di imprenditori e che è stata decimata nel suo nucleo storico (finito con la morte di Giovannino Agnelli), e quella degli 80 eredi della Sacra Famiglia che privilegia le rendite e i dividendi.

Questo spiega l’imbarazzo del giovane Yaki che solo ieri a distanza di una settimana dall’esibizione di Marchionne davanti a Fazio, ha cercato insieme a Luchino di Montezemolo di riposizionarsi sul versante del condottiero Marchionne con una pallida difesa dell’italianità. Ben più forti sembra che siano state invece le ragioni esposte da Gabetti e Stevens di fronte al progetto “multinazionale” che sposta il baricentro da Torino a Detroit.

Tra queste, l’osservazione per nulla peregrina che senza i 22mila addetti di oggi dentro la Fiat e gli 8mila che lavorano nelle funzioni centrali, l’azienda non potrebbe mantenere le dimensioni finanziarie attuali che generano flussi di cassa indispensabili per operare in Borsa e sul mercato bancario e finanziario.

Ma oltre a questo nodo che rimette in discussione il supporto degli insediamenti industriali in Italia, i due saggi avranno posto sicuramente il problema dei quattrini da cacciare per tenere in piedi il progetto “Fabbrica Italia” che Marchionne continua a conclamare con una spesa prevista di 20 miliardi.

A questi bisogna aggiungere i 5,7 miliardi di dollari da restituire al governo americano per l’azienda di Detroit; sono cifre che fanno tremare le vene e i polsi, ma non quelle del giocatore di hockey che si sente l’erede di Henry Ford e ha spostato il suo baricentro mentale nella città del Michigan. Per lui i soldi arriveranno dall’aumento della produttività e dallo scorporo tra le attività industriali e l’automobile annunciato in aprile.

Ormai circola con insistenza la voce che sia in fase molto avanzata la trattativa per vendere in blocco il segmento dei veicoli industriali. C’è chi dice addirittura che la conclusione dovrebbe avvenire entro la fine dell’anno e che in pole position si trovi AGCO, un’azienda americana fondata negli anni ’30 da due fratelli tedeschi, che sta cercando di abbassare il prezzo prima di chiudere l’affare.

Una volta spogliata la Fiat da un settore nel quale Marchionne non crede, tutti gli sforzi saranno concentrati su Chrysler giocando sui nuovi modelli che dovrebbero spuntare in America nel 2011. E questo sarà l’anno in cui verrà buttata sul mercato la “500” approfittando del calo di vendite registrato dalla Smart negli ultimi tre mesi. La casa americana potrà avvalersi di una grande rete distributiva rimessa in sesto dopo i disastri degli ultimi anni e gestita anche da quei distributori che durante l’ultima convention di Miami hanno sbalordito Marpionne dicendo che la domenica preferiscono chiudere i battenti.

Nonostante questa novità, che stride con la voglia di far lavorare gli operai di Pomigliano anche durante i giorni festivi, il canadese userà il bastone da hockey per pattinare verso la conquista definitiva di Chrysler.
Quando ad aprile dell’anno scorso Obama gli ha mollato il ferrovecchio di Detroit, la Fiat ha acquisito il 20% della società con la possibilità di portare la propria quota fino al 51% entro il 2013. Per adesso il figlio del carabiniere Concezio deve vedersela con gli altri azionisti del fondo dei pensionati Chrysler, con il Tesoro americano e canadese, cioè con la maggioranza che controlla l’azienda.

Sarà una strada lunga e difficile, una partita che durerà ben oltre i 60 minuti che si giocano con il bastone sul ghiaccio, ma Marchionne ha spiegato a Yaki, Gabetti e Stevens che si può percorrere con successo. Se poi in Italia si continuerà a parlare di bunga-bunga e a non ribaltare il modello delle relazioni industriali, allora si userà la spada puntando sul Brasile, la Polonia e la Serbia dove i governi danno incentivi favolosi sulla falsariga di quelli che la Fiat ha avuto in Italia per decenni.

È questo lo scenario dentro il quale si muove il figlio del carabiniere Concezio, uno scenario da cosmopolita e da padrone che se avrà successo ribalterà completamente il rapporto tra la Fiat e la Chrysler. Una volta conquistata Detroit, Yaki potrà andarsene a Parigi a giocare con la finanza, Luchino di Montezemolo rimpiangerà la sua Ferrari, e sarà Detroit a conquistare Torino.

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